[a cura di Gigi Corsini]

Arufabetto stavolta ha avuto una conversazione con Luciano Allamprese, presente nella decina finalista del Premio letterario nazionale Clara Sereni con Esame di coscienza, uno di quei romanzi che dopo la lettura continuano ad agire nella mente dei lettori. Lo stesso Arufabetto continua a pensare ai personaggi e alla voce narrante, notando tra l’altro che quest’anno nell’ambito del Premio Sereni, in alcuni dei libri presenti l’oltreoceano svolge un ruolo particolare. In questo caso inoltre è la figura del Padre che fa sentire in tutto il suo spettro la propria eco. Si va di libro in libro, e quindi sarà tempo presto di leggere o rileggere di Allamprese anche Il vecchio figlio, oltre alla traduzione dell’Autore di Stanze per la morte del padre di Jorge Manrique.

 

Luciano Allamprese1. Nelle prime pagine di Esame di coscienza, l’io narrante immagina come avverrà, da parte dei figli, la spoliazione dei suoi beni una volta che non ci sarà più. Sembra, e questo lungo tutto il corso del libro, che il protagonista si ostini in un amarissimo e meticoloso bilancio fallimentare, piccola arma contro il destino…

Avevo bisogno di un personaggio che fosse disilluso della famiglia e della vita familiare perché apparisse poi più credibile la sua scelta dell’isolamento a cui si condanna. Il fallimento dei valori familiari, il fallimento in tanti punti momenti rimarcato della vita professionale dei suoi figli, o della loro vita affettiva e matrimoniale, lo convincono della giustezza, quasi della necessità, della sua scelta.

 

2. Il protagonista non ha nome. Però, per certi versi, il suo libro è incentrato sull’ importanza dei nomi. Sarà appunto un equivoco, legato ai nomi, a portare alla morte dell’ antagonista immaginario. Poi ci sono il commissario Madeleine, che magari senza aver a che fare con Proust, portando questo nome diventa una specie di spiritello, un Ariel nella coscienza del protagonista. Altri nomi oggetto di ironia, poi quelli rimaneggiati dal figlio del protagonista, Arturo, quando si mette a scrivere. Da dove arrivano i nomi dei personaggi? E in generale, che funzione svolgono nella sua opera?

È vero senz’altro che i nomi che appaiono nel libro non sono casuali. È risaputo che i nomi sono portatori di significato. Il nome del commissario Madeleine forse è una reminiscenza di una lettura che per anni è stata centrale nella mia vita di lettore, ma il personaggio è tributario soprattutto al dostoevskiano Porfirij Petrovic, convinto della colpevolezza di Raskòl’nikov, non meno di quanto Madeleine non lo sia di quella del Narratore.

Arturo, Nico, Fausto e Eliana (volgarizzata poi in Luana) mi apparivano nomi adatti a personaggi ordinari quali erano i figli. Nei nomi degli impiegati ammetto che c’è stato un po’ di divertimento da parte mia, e ancora più nella parafrasi che ne farà Arturo nel mio romanzo, ma alcuni di questi cognomi appartengono a persone conosciute in mie passate esperienze nel mondo impiegatizio e riemersi quasi con prepotenza durante la scrittura .

Alicia è stato un nome a lungo meditato, proprio per la centralità che avrebbe assunto nel corso della storia. Con la pronunzia spagnola, poi, risulta più delicato che nella lingua italiana e mi sembrava che suggerisse quell’ambiguità che il personaggio, il doppio, riveste nel corso del romanzo.

 

Allamprese_EsamediCoscienza_Atlantide3. La coscienza del protagonista insiste molto sull’ essere padre, il cui aspetto letterario lei ha profondamente indagato, anche nel suo precedente romanzo Il vecchio figlio. Qua uno schiaffo per Natale, là un morso prima di scomparire, una matrice di lungo corso, un dire: ora tocca a te. Una catena che ci porta fino alla notte dei tempi. Perché il padre è così fantasmagorico nella nostra cultura? Non sto ad elencarle tutta la sequela di esempi che lei conosce meglio di me, anche se la tentazione di pensare al papà di Amleto ci sarebbe… lei si è dato una spiegazione?

Più che al padre di Amleto avevo presente il padre di Zeno; lo schiaffo – nell’Esame di Coscienza – e soprattutto il morso, come da lei giustamente ricordato, nel Vecchio Figlio rappresentano non solo un omaggio a Svevo ma quasi una pista da indicare al lettore. Vale l’esergo posto nel Vecchio figlio, che citava da Kafka, La rivolta contro il padre è una commedia, non una tragedia. Mi è sempre sembrato curioso che l’autore della Lettera al Padre, così disperata, così desolata, potesse definire una commedia lo scontro, più antropologico che generazionale, tra Padre e Figlio.

 

Allamprese_Il vecchio figlio4. L’Amore. Dopo aver abbandonato Alicia, la moglie, la famiglia, tutto il nucleo degli affetti, dopo aver smontato, solo grazie ad un sospetto, tutto il baracchino borghese, il rapporto con la moglie evapora. Quando c’è il puro sospetto che Alicia sia stata anche di un altro c’è un ritorno di fiamma erotico. Poi il protagonista, autocondannatosi ad un ergastolo, se ne va in campagna, non la vede più. Solo conversazioni telefoniche. Lui ha diritto ad avere un passato amatorio, lei no. Ma l’amore ricresce in quella lontananza in qualche modo. Dunque è come dice la scrittrice Jeanette Winterson, che si chiede, all’ inizio di un suo libro: perché è la perdita la misura dell’amore?

Io non direi che dopo avere abbandonato Alicia il rapporto tra il Narratore e la moglie evapora. Per pagine e pagine il N. ha spiegato cosa non andava in mia moglie, e raccontato i tanti dissapori e i motivi di questi. Io direi piuttosto che è l’assenza a svelare al N. l’importanza che Alicia aveva nella sua vita. Parafrasando Winterson è il momento in cui la perde (è secondario che dipenda da una propria scelta) il N. recupera la donna dalla quale si era, in ogni senso, allontanato.

Voglio a questo proposito confessare una cosa che racconto per la prima volta: io non avevo nessuna intenzione che si arrivasse a una riconciliazione tra Alicia e il marito. La riconquista dell’amore del N. è avvenuta autonomamente: io scrivevo e sortivano parole nuove, parole d’amore verso la donna che il N. aveva allontanato definitivamente dalla sua vita. Si può dire che questo nuovo amore mi sia stato imposto dal Narratore.

 

5. Il lettore legge Esame di coscienza, si lascia coinvolgere, forse inevitabilmente aderisce per simpatia all’amaro cinismo dell’Io narrante e poi si accorge all’improvviso, di trovarsi in un contesto novecentesco, un romanzo in fieri. I sogni del protagonista calano nella narrazione, con l’ ipotesi di un romanzo. Quel romanzo viene scritto, nonostante la triste scommessa del finale, o il romanzo è solo una pulsione? Arturo scrive la bassa versione di un romanzo paterno troppo perfetto per esistere? Tutto quello che il lettore ha letto, specialmente i dialoghi, sono voci nella testa del protagonista, oppure…?

Era giusto che Arturo si prendesse la sua rivincita sul padre. E che scrivesse quel romanzo che il Padre aveva inutilmente tentato di scrivere. No, non erano voci nella testa del protagonista. Egli voleva realmente scrivere il suo libro e voleva che il suo libro parlasse una voce nuova, anche se lui ignorava quale. Arturo è stato più pragmatico e modesto. Ha scritto dell’argomento che conosceva meglio: suo padre. E scrivendo si è liberato del peso ingombrante che questo ha avuto nella sua vita. Arturo ha fatto suo il monito di Leopardi: Colui che ha il padre ancora in vita è un uomo senza facoltà. E Arturo ha cercato di ucciderlo. Non a caso riesce a scrivere il suo romanzo solo quando ha posto una significativa distanza tra sé e il padre, recandosi poi in Argentina avvicinandosi idealmente alla madre come a ribadire un ulteriore allontanamento da suo padre.

 

Allamprese

6. I romanzi finalisti al premio Sereni sono letti anche da una larga fetta di studenti, universitari o delle scuole superiori. Le chiedo, per loro, per questi giovani lettori spesso tanto appassionati, di dire, anche brevemente, di cosa parlava il suo primo libro, Strane conversazioni con le donne.

Strane Conversazioni rappresenta un tentativo di conciliare letteratura ed erotismo. Dico subito che oggi lo considero un tentativo fallito e che è un libro che mi provoca un senso di reale disagio. Dei quattro racconti che compongono il libro, due – Libertinaggio, con qualche limatura, e L’imputata, così com’è – mi sembrano buoni ancora oggi. Voglio aggiungere che oltre a tante critiche negative, il libro ha ricevuto anche dei consensi: uno per tutti, il libro fu incluso tra i cento libri più rappresentativi del XX Secolo.

 

7. Dato appunto che il suo romanzo è finalista al Premio Sereni le chiedo se c’è un libro di Clara Sereni che le è particolarmente caro o che si sente di raccomandare.

Ricordo Il gioco dei regni, che mi prestò un’amica quando insegnavo a Córdoba, in Argentina, questa autobiografia, fedele o meno, dell’autrice che fa incontrare i grandi temi della sua vita, l’ebraismo, anzi il Sionismo, il Comunismo, la dittatura e la guerra, la Liberazione, e fa incontrare al lettore, alcuni dei grandi nomi della cultura e della politica, come l’europeista Eugenio Colorni, l’intellettuale e futuro critico letterario Paolo Milano, il meridionalista Manlio Rossi-Doria.

 

8. Le due parole più belle in spagnolo e in portoghese, e la prego di spiegarci perché.

Nella lingua portoghese sicuramente saudade che, grosso modo, potrebbe corrispondere alla nostra nostalgia, ma che in realtà è anche quella specie di malinconia che si prova prima del viaggio, pensando a quello che – una patria o un amore – ci potrà mancare e che non ritroveremo mai com’era prima.

La parola spagnola che segnalerei è desengaño, che per poeti e artisti è la triste herencia del tiempo, la perdita dell’illusione, una amara presa di coscienza della vita che ci accade arrivati a una certa età accade quasi inesorabilmente a ognuno di noi.

Cordoba_by_JorgeGobbi
Córdoba, Argentina, “Peatonal, desde arriba”, photo by Jorge Gobbi, licence: https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/deed.en


9. Lei ha insegnato per molti anni, in Italia e all’estero. Ogni aula ha qualcosa di fortemente teatrale. Ma fino ad oggi, nei teatri reali, qual è stato lo spettacolo più bello cui ha assistito?

Confesso con vergogna di non andare a teatro da molti anni. Le ultime opere teatrali che ricordo sono alcuni drammi di Antonio Buero Vallejo, visti a Valencia molti, ma molti, anni fa. 


10. Se potesse essere intervistato da qualcuno che non è più qui, una persona famosa o meno, ma importante per lei, chi potrebbe essere?

Da Carmelo Samonà, grande ispanista e grande scrittore, mio professore durante gli studi universitari, ma anche amico e severo lettore dei miei primi scritti. Mi piacerebbe che mi dicesse oggi se l’ho deluso e se ho poi fatto quello che si aspettava da me.


Grazie, Luciano.