Dieci domande a Cosimo Calamini
[a cura di Gigi Corsini]
Scrittore prolifico, autore di importanti sceneggiature, Cosimo Calamini è ospite di Arufabetto per la serie di interviste dedicate ai finalisti del Premio Letterario Clara Sereni. Ferro e ruggine, così si intitola il romanzo finalista di Cosimo Calamini. La ruggine non è solo un colore, un odore, ma ovviamente anche un suono. E subito corrono alla mente arufabettiana i versi di Fortini: Noi buttiamo nel fuoco il sacco delle tenebre/ Noi spezziamo i serrami di ruggine dell’ingiustizia/ Ecco uomini vengono/ Che non hanno più paura di se stessi/ Perché sono sicuri d’ogni uomo/ Perché il nemico dal viso d’uomo sparisce.
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1. L’incipit del suo ultimo romanzo Ferro e Ruggine, uscito per i tipi di Morellini Editore, entrato nella decina del Premio Clara Sereni, riprende il filo di un discorso lontano, arcaico e ininterrotto, che è anche quello della divergenza insanabile fra due fratelli. Cosa ha messo in moto Ferro e ruggine?
Direi quattro cose: la prima è la grande passione per la storia e la geografia. Da tempo cullavo il progetto di scrivere un romanzo che facesse viaggiare il lettore (e anche un po’ me) nel tempo (la storia) e nello spazio (la geografia). Ho provato a realizzarlo.
La seconda è stata la scoperta della vicenda dell’Italian Chapel alle Orcadi. Un’epifania. Da lì la domanda: come è possibile che l’essere umano sia capace di creare morte e orrore, dando vita alla seconda guerra mondiale, e al contempo grazia e speranza, costruendo con mezzi di fortuna una piccola e meravigliosa chiesa ai confini del mondo? Chi siamo veramente? Quelli che distruggono tutto o quelli capaci di creare bellezza che, per dirla con Dostoevskij, salverà il mondo?
La terza è l’amore per la Val D’Orcia, un luogo magico che ormai da vent’anni mi ha sedotto e “mai” abbandonato.
E infine, quarta: la necessità, oserei dire terapeutica, di esorcizzare – attraverso la scrittura – un doloroso episodio famigliare che mi aveva lasciato addosso ferite aperte.
2. L’erba nocca, antico rimedio che Cordevole, uno dei due fratelli di Ferro e ruggine, nella prima fase del libro, va a cercare per lenire il dolore ai denti di suo padre Giovanni. Certe parole che circolano solo in Toscana ricordano un po’ le erbe selvatiche, che vengono raccolte quando sono proprio necessarie, quando non se ne può fare a meno. Qual è una parola toscana che bisogna salvare perché continui a durare?
Amo, da sempre, la parola “uscio”. Mi getterei in mare per salvarla, ma non credo ce ne sia bisogno. L’ho trovata ultimamente anche in alcuni romanzi scritti da “non toscani”. C’è insomma un ritorno all’“uscio” che mi regala grandi soddisfazioni. Sto scherzando ovviamente… Ma forse neanche troppo.
3. Lei ha visitato la Cappella a Lamb Holm?
Non prima di scrivere il libro. Ho descritto la cappella attingendo da saggi, interviste e libri fotografici. Ma avevo fatto una scommessa con me stesso: andrò alle Orcadi se il libro arriverà al Premio Strega. È successo. E ci sono andato con i miei figli. È stato davvero emozionate.
4. Per lei come è arrivata la scrittura? È stato qualcosa di istintivo e magico come accade ad Elio in Ferro e ruggine per il disegno o il percorso è stato più articolato?
Ho iniziato a scrivere per proteggermi. Vede, un po’ come Elio, il protagonista del romanzo, sono una persona piuttosto “sdatta” (disprassica si direbbe oggi). Non so fare niente di pratico. Da sempre. Per cui in molte occasioni, fin da ragazzo, ero quello che veniva escluso dall’ “azione”. Mi rimaneva solo la parola, che ho imparato a maneggiare, come un’arma di difesa, per proteggermi – appunto – dall’esclusione. È così che ho cominciato a raccontare, e poi a scrivere.
5. Visto che è nella decina del Premio Clara Sereni, potrebbe dirci se c’è un libro di Clara Sereni che le è particolarmente caro o si sente di raccomandare?
Per certe affinità con Ferro e Ruggine, non posso che citare Il Gioco dei Regni.
6. Una parte consistente del suo lavoro riguarda i film. Ma sappiamo che anche i libri, per esistere, consistono nell’uso del montaggio. Qual è il suo rapporto con questo aspetto della creatività?
Quando immagini un racconto, sia per il cinema che per la letteratura, all’inizio è sempre il caos. Si affastellano immagini, personaggi, contenuti, allegorie. Poi, piano piano, togli il marmo e la statua assume forma. E questo accade attraverso scelte estetiche e narrative precise. In un certo senso è come prendere le idee – tutte – rimontarle e regalar loro ordine o, come piace dire a me, un “disordine ordinato”. La fase che preferisco, però, non è quella di montaggio, ma quella del caos iniziale.

7. “Qualcuno gli disse che la Libia era un posto pieno di mosche e moschee e lui conosceva bene le mosche, ma non le moschee”. Questa citazione di Ferro e Ruggine fa tornare in mente un suo precedente lavoro, Le querce non fanno limoni, ambientato sempre in Toscana, a Montechiasso. Qui appunto, tra i protagonisti, si annovera una probabile moschea. Il paesaggio è fatto anche di grandi emozioni condivise. Cosa potrebbe dirci sull’attuale paesaggio toscano?
Cito Montanelli: “In Toscana spesso non si capisce se a dipingere siano i pittori o i contadini”. Il nostro, nei suoi luoghi più belli e iconici, è un paesaggio armonico, schietto e sobrio. Armonico come l’ha voluto madre natura, schietto come la nostra ironia e sobrio come il modo di vivere di tanti toscani. La Val D’Orcia ad esempio non esisterebbe senza due cose: il fiume Orcia, certo, ma anche la sobrietà e la schiettezza dei contadini che l’hanno abitata per secoli.
8. I luoghi di Ferro e Ruggine, pensando appunto alla storia del paesaggio, sono anche i luoghi in cui si è svolta una parte importante della vita di Piero Calamandrei, una figura della storia repubblicana che meriterebbe un film o una serie.
È vero, Piero Calamandrei ha attraversato quegli stessi luoghi, maturando pensieri che oggi suonano profetici. Credo che la sua figura meriti una riscoperta profonda. Non una statua, ma un racconto. Magari proprio un film. Lancio un appello ai produttori cinematografici: c’è un nuovo fondo ministeriale che mette a disposizione svariati milioni di euro per raccontare storie di “grandi italiani” al cinema. Si potrebbe proporre un film su Piero Calamandrei: socialista liberale, padre della Repubblica e antifascista. Mi propongo per scriverlo.

9. In Ferro e ruggine, prima di morire Giovanni dice “Vo via”. In una lettera che Elio riceve da prigioniero, due righe, leggiamo: “Ciao. La mamma è morta. Per il resto tutto bene. Saluti. Cordevole e Anna”. La morte nel suo libro è sempre qualcosa di asciutto e folgorante, anche la morte di Cordevole. Alla luce di questo le chiedo: Se potesse essere intervistato da qualcuno che non è più qui, una persona famosa o meno, ma importante per lei, chi potrebbe essere?
Mio nonno, Adolfo Calamini, che manca ormai da molti anni. Mi piacerebbe parlare del libro con lui, che in parte lo ha ispirato.
10. Un’intervista cos’è? Una sceneggiatura o un dialogo da teatro?
Una sceneggiatura ha bisogno di essere invisibile: non deve farsi notare, deve far sembrare tutto reale, fluido. L’intervista invece — se è fatta bene —deve rivelare, non nascondere. Per cui direi che forse è più teatro. Reciti una parte, nel mio caso quella dello scrittore che sa cosa dire. Anche se io preferisco quando mi fanno domande spiazzanti, quelle che ti fregano un po’, dove rispondi all’impronta, non da autore. È lì che succede qualcosa.
Quindi no, non è una sceneggiatura. Ma neppure completamente teatro. È più come una finestra che si apre: se c’è vento, entra aria vera.
Grazie.
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