Intervista a cura di Licia Londini

Arufabetto ha dialogato con Mauro Barisone, vincitore nella sezione inediti della VI edizione del Premio Letterario Nazionale Clara Sereni, con il romanzo “Kukavica”.

L’autore, esordiente, ha colpito la Giuria Specialistica presentando un’opera che è soprattutto un atto di ascolto, di presenza e di resistenza alla rimozione storica, raccontando la sua personale cronaca umanitaria nel dopoguerra balcanico. Un viaggio tra rovine, dignità, che intreccia memoria storica con le vicende di un gruppo di giovani volontari italiani, portando alla luce una pagina dimenticata dei Balcani e le cicatrici che lasciano nell’anima di chi resta.

Kukavica” è appena stato pubblicato per ali&no editrice (www.alienoeditrice.it), arricchito da una pregevole appendice fotografica, curata da volontari e fotoreporter impegnati nel progetto, e dalla prefazione di Mario Boccia, fotoreporter internazionale. Il book tour del libro inizierà in Umbria il 17 e 18 aprile e proseguirà al Salone del Libro di Torino il 15 maggio per poi essere presentato in altre parti d’Italia anche in collaborazione dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

Copertina di Kukavica«Spesso sottovalutiamo l’importanza di un viaggio. Partiamo con un biglietto di andata e ritorno, con un programma più o meno definito. Ma non mettiamo mai in conto che quel viaggio potrebbe cambiarci. Basta un attimo, un panorama, una musica, un volto. E il nostro biglietto diventa improvvisamente un viaggio di sola andata.» È così che 15 giorni si sono trasformati in 16 anni. Scrivere un libro può essere l’inizio di un viaggio di cui all’inizio si sottovaluta l’importanza?

Sì. Scrivere è sempre un viaggio che mente e corpo fingono di controllare. All’inizio pensi di aver chiaro il percorso ma come per ogni viaggio all’improvviso accade qualcosa, una parola, una frase un ricordo che ti fa deviare il tragitto e che non ti riporta mai al punto di partenza.

«Ogni pagina è un ponte tra quello che ero e quello che sono diventato». Cosa è stato a far scattare, dopo tutti questi anni, l’esigenza di trasformare il tuo diario nel cassetto, quella precisa cronaca umanitaria, in un testo? C’è stato, forse, un sogno in particolare che ha slatentizzato le necessità di ricordare, di far sì che la memoria non si sfaldasse?

Sicuramente la guerra in Ucraina mi ha riportato alla mente immagini e volti che avevo messo da parte. Ho capito che il mio silenzio era durato troppo e che non avevo più il diritto di dimenticare. Per cui scrivere è diventato un gesto di responsabilità nei confronti di ciò che avevo visto e verso chi non poteva più raccontarsi.

Quale personaggio, tra quelli incontrati, aiutati e raccontati, ha insistito di più per venir fuori?

Non solo uno ma dovendo scegliere direi quello che in fondo ho conosciuto di meno, non conoscendone neppure il nome lo chiamai Geremia. Il suo abbandonarsi alla vita, il suo inginocchiarsi sulle scale degli uffici municipali di Knin, le sue ultime e uniche parole, quasi un passaggio di testimone, e soprattutto i suoi occhi, sono il simbolo dell’orrore della guerra. La sua è un’immagine che riappare sempre più prepotentemente nei miei sogni, pur non essendo invitata.

Milos, l'uomo con la pipa
Uccelli Neri, Plavno, 1998. Ritratto di Milos.

Qual è stata la parte più dolorosa e difficile da affrontare nella rielaborazione del diario, degli appunti e dei ricordi stessi?

All’inizio, è stato capire che la memoria si addolcisce con il tempo, che le ferite fanno ancora male ma non sanguinano più. Più andavo avanti però, più rileggevo i miei diari e i miei appunti, mi rendevo conto che stavo procedendo senza protezione, che il dolore che avevo provato e in parte dimenticato stava riprendendo il sopravvento e che per terminare la scrittura avrei dovuto correre il rischio di non salvare me stesso.

Possiamo dire, a posteriori e con piacere, che tu ti sia salvato da te stesso, essendo riuscito a terminare la scrittura e, tra l’altro, facendolo in modo pregevole, conquistando il parere di una giuria specialistica che ti ha assegnato il primo posto in un importante premio letterario. Ti va di raccontarci cosa ti ha salvato, quando ti sei accorto che stavi procedendo senza protezione? Che tipo di dispositivi di sicurezza hai messo in atto?

Durante la scrittura e la rilettura del testo le emozioni, spesso sotto forma di lacrime, prendevano il sopravvento (accade tutt’ora). Poi ho capito che non era debolezza, ma una conferma. Mi dicevano che quelle storie non potevano restare private, che andavano condivise. Mentre scrivevo immaginavo come primi lettori i miei compagni di viaggio di allora, pensavo a come avrebbero potuto accogliere questo libro, se si sarebbero riconosciuti, se si sarebbero sentiti rispettati. Cercare di restituire dignità ai personaggi, di non usarli mai come strumenti narrativi ma come presenze reali, è stata una delle mie ancore di salvezza. Scrivevo anche per loro, e l’idea che quel dolore, una volta messo sulla pagina, non fosse più solo mio mi impediva di perdermi. Il libro non chiedeva il mio sacrificio, ma la mia onestà, allora ho potuto finirlo.

Come è avvenuta la scelta del titolo “Kukavica”, parola serba che significa sia “codardo” che “cuculo”. In quale momento della stesura?

Per me è sempre stato chiaro, Kukavica rappresenta tutto quello che c’è dentro questo libro. Devo dire tuttavia che con l’editore ci siamo chiesti più volte se avesse bisogno di un sottotitolo, ma poi abbiamo optato per lasciarlo come è, la forza evocativa del titolo è stata riconosciuta.

Puoi provare a spiegarci se la tua intenzione iniziale è stata quella di scrivere un memoir oppure un romanzo testimonianza?

Kukavica” non è nato come progetto letterario, ma come esigenza personale di non perderne la memoria, come atto dovuto nei confronti di una storia e un periodo accadutomi quasi per errore ma che nel bene e nel male mi ha cambiato la vita. Successivamente ho capito che forse non avevo più il diritto di trattenerlo nei miei ricordi personali e che quella storia andava diffusa e riportata alla luce.

C’è stato un motivo particolare per cui hai deciso di candidare la tua opera prima al Premio Sereni?

La convinzione che Clara Sereni scrivesse dal margine, utilizzando uno spazio fragile, senza alzare troppo la voce, senza eccessive ideologie ma senza indulgenze. “Kukavica” ha questa pretesa e spero che chi ora leggerà il libro avrà la mia stessa sensazione.

Contadina croata abbandona la sua stalla distrutta dall’artiglieria della JNA

Durante quegli anni trascorsi nella cooperazione internazionale, quando ti sei accorto esattamente che si stava dissolvendo il confine tra te che stavi aiutando e coloro che venivano aiutati, diventando uno spettatore coinvolto?

Quando ho smesso di pensare di essere diverso da loro, di possedere qualcosa in più. Quando mi sono accorto che un processo di cambiamento irreversibile stava avvenendo dentro di me e che stavo imparando a conoscere qualcosa di me stesso fino ad allora oscuro e che le cose non solide si dissolvevano una ad una.

Nella tua biografia ti presenti come scrittore, alpinista, viaggiatore, appassionato di fotografia e animali. Vuoi parlarci meglio di queste tue passioni?

La montagna è una passione che mi hanno trasmesso i miei genitori e che è stata per buona parte della mia vita una specie di religione. Il viaggio con il tempo ha cambiato forma, non solo più conoscenza dei luoghi e dei panorami ma soprattutto conoscenza di persone, incontri. Nei miei viaggi rinuncio spesso alle attrazioni principali. Mi piace fermarmi in una piazza o in una via o in un villaggio e osservare le persone che passano, come si vestono, come camminano, come parlano. La fotografia è una conseguenza delle prime due e una ottima via di fuga e di attesa. Negli animali, e soprattutto nei cani, che ho sempre avuto fin da bambino, trovo tutto quello vorrei avere ed essere.

Da scalatore di montagna, come descriveresti l’atto della scrittura?

Come scriveva qualcuno, l’obiettivo di una scalata non è la vetta ma il percorso stesso. Ecco, forse per me scrivere ha lo stesso significato.

Se ne avevi la possibilità, quali sono i libri che ti ricordi aver letto nel periodo del volontariato balcanico? Quali sono adesso i tuoi autori di riferimento?

In quel periodo mi dedicavo soprattutto alla letteratura balcanica, credevo fosse indispensabile per comprendere appieno dove mi trovassi. Autori come Ivo Andric, Miroslav Krezla, Slavenka Drakukic e poeti come Izet Sarajlic riempivano le mie nottate. Un altro libro che avevo sempre sul comodino era “I ragazzi della via Pal”. Non so dire quali oggi siano i miei autori di riferimento, dipende dal momento. Leggo molto sulla cultura tibetana e sul Buddhismo. Se voglio evadere i libri che ho sempre sul comodino sono quelli di Osvaldo Soriano.

Andrić racconta la Storia, Krleža la contesta, Drakulić la subisce e la testimonia, Sarajlić riflette una realtà svuotata, ridotta all’essenziale, dove la parola attraverso la poesia può salvare ancora almeno il nome di chi muore. In suo celebre verso recita: «Oggi a Sarajevo non è successo niente. / È stato solo ucciso un mio amico».

La forma scarna di questo autore riflette una realtà svuotata, ridotta all’essenziale e in “Kukavica” vi si ritrova proprio questo stile.

Si può dire che quando la Storia ha distrutto ponti, ideologie e persino i corpi, resta la parola semplice detta a un altro essere umano, non per spiegare, ma per non diventare disumani?

È una domanda centrale, che coglie il significato profondo del mio libro. La chiamano la normalità della guerra. È una parola ingannevole, perché dietro di sé nasconde l’abitudine alla sofferenza. Succede a chi combatte, a chi resiste, ma anche a chi osserva da lontano, o da uno schermo televisivo. All’inizio il dolore stringe lo stomaco, toglie il sonno, rende ogni immagine insopportabile. Poi, lentamente, si deposita. Diventa rumore di fondo. Routine. Ma sarebbe un errore pensare che da quel tipo di sofferenza si possa guarire: ci si abitua, sì, ma prima o poi ti presenta il conto. Anche noi volontari cercavamo di normalizzare la guerra. Non per accettarla, ma per non esserne divorati. Era uno scudo fragile, necessario, ma non eterno né indistruttibile. Lo faceva anche la popolazione locale: bar aperti sotto i bombardamenti, tavoli apparecchiati mentre cadevano le bombe, risate che sfidavano il fragore, musica che cercava spazio tra le esplosioni. Ci si sposava, si facevano figli, si festeggiavano compleanni. La vita insisteva, ostinata. Ma quei gesti, così semplici, portavano dentro un dramma immenso. Erano l’ultimo tentativo di restare umani in un luogo dove l’umano veniva sistematicamente cancellato. In quel vuoto, quando la Storia aveva distrutto ponti, ideologie e corpi, restava solo la parola. Una parola semplice, detta a un altro essere umano, non per spiegare, non per giustificare, ma per riconoscere. Come in Sarajlić, non serviva dire tutto. Bastava dire un nome. Bastava dire: oggi non è successo niente. È morto un mio amico. E in quella frase, minima e definitiva, si salvava ancora qualcosa: non il mondo, ma l’idea che non fossimo diventati disumani.

Vuoi provare a raccontarci cosa hai provato quando, durante la premiazione, hai capito di essere arrivato primo?

Non lo saprei dire, mi sono rivisto nelle immagini della premiazione dove mi pare di essere assente, dove non traspare nessuna emozione evidente, in realtà so che non è così, che l’emozione e la gioia erano grandi accompagnate anche da un forte imbarazzo. Ricordo che entrando in quel magnifico teatro mi vennero in mente le parole del film Ecce Bombo di Nanni Moretti, tanto mi sentivo inadeguato in quel contesto tanto bello: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?».

Come previsto dal Concorso, il primo premio è la pubblicazione dell’inedito. “Kukavica” è stato appena pubblicato da ali&no editrice e ora ti aspetta un percorso comune a molti scrittori: presentazioni, interviste, partecipazione a festival e tutto ciò che accompagna la pubblicazione di un libro. Come ti senti a intraprendere questo percorso – immagino nuovo – per te?

Sarà un altro viaggio e, come per ogni viaggio, sarò avvolto da un mix di emozioni. Arrivare alla pubblicazione del libro, con tutte le sue fasi precedenti e successive all’uscita, è un atto di fiducia reciproca, un tacito patto tra autore ed editore. È un po’ come quando mandi un bambino all’asilo o a scuola, dopo anni in cui te ne sei occupato da solo: a un certo punto capisci che per crescere davvero deve uscire dal tuo sguardo esclusivo, incontrarne altri, essere toccato da mani diverse. Il timore c’è, ma è accompagnato dalla consapevolezza che solo così può trovare la sua forma più giusta.

In a valley behind Knin in northern Croatia, 1998. After the invasion of the Serbian army in 1995, only eighty elderly Serbian men and women survived, having remained in their homes because they could not get away. On their own, they live and survive in their half-destroyed houses, in isolation and extreme poverty. They call themselves Cerna Kukaviza: the black birds.

Hai dei consigli da dare a chi ha un diario nel cassetto?

Di aprire ogni tanto quel cassetto. Può aiutarci a capire dove eravamo e dove siamo adesso.

Un libro di Clara Sereni a cui sei stato particolarmente legato e che ti sentiresti di consigliare?

Molti suoi libri mi hanno affascinato, citerei tra gli altri “Manicomio Primavera”, ma se dovessi sceglierne uno direi “Casalinghitudine”.

Se fosse possibile essere intervistato da qualcuno che non è più qui, chi sceglieresti?

Mio padre, senza dubbio.

____________________________________________________________________

Immagini tratte dal libro “Kukavica”, ali&no editrice 2026. Le foto sono state pubblicate per gentile concessione di Viola Berlanda, Fabrizio Bettini, Viola Berlanda, Mario Boccia, Emilio Manfrini, Archivio Operazione Colomba Corpo Nonviolento di Pace, della Comunità Papa Giovanni XXIII.