[a cura di Gigi Corsini]

Con questa intervista alla scrittrice Maria Rosa Cutrufelli Arufabetto inaugura la serie dedicata alle autrici e agli autori presenti nella decina finalista della sesta edizione del Premio Letterario Nazionale Clara Sereni, ideato e coordinato da Francesca Silvestri. Inutile dire che è stato un grande onore per Arufabetto conversare con Maria Rosa Cutrufelli e avere la possibilità di osservare il panorama della sua vasta opera.

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Maria Rosa Cutrufelli1.In realtà sono stanca, ecco tutto. Stanca di rispedire indietro il passato ogni volta che si presenta”. Questa citazione è tratta dal suo ultimo romanzo, Il cuore affamato delle ragazze, uscito quest’anno per Mondadori. Un passato, come ci dirà in seguito la voce narrante, fatto di “lacrime interne”. Per la protagonista il rimandare indietro il passato è più una tutela emotiva o l’ambizione di conservarlo meglio?

Penso che verso il nostro passato tutti proviamo sentimenti ambigui, forse perché è difficile accettare l’ineluttabile, ciò che non si può cambiare ma, al massimo, reinterpretare. Tanto più se ti è capitato, come alla mia protagonista, di sopravvivere a un evento tragico. Allora l’incertezza dei sentimenti può diventare una patologia: la chiamano disturbo da stress post-traumatico e, in tal caso, succede che il passato continui a tremarti sotto i piedi. Come un pendolo impazzito, oscilla ora a destra e ora a sinistra, fra accettazione e rifiuto, senza mai (o quasi mai) trovare pace.

2. Un lungo lavoro saggistico e di pensiero, nella sua carriera. Poi, seguendo la via per lei naturale, sono arrivati i romanzi. Tanti. E intensi. Qual è il rapporto che ha con i personaggi dei suoi romanzi? Come bussano alla sua scrivania? Come riesce a dire loro addio o a farli andare per la loro strada?

Per me, i ‘personaggi’ sono la ‘storia’. Sono loro che bussano alla mia scrivania. Ognuno di loro vorrebbe impormi la ‘sua’ storia e io ogni volta l’ascolto attentamente perché, se la scelgo, so che nel tempo a venire diventerà anche la ‘mia’ storia. E quei ‘personaggi’ si trasformeranno in ‘persone’. Un miracolo che non può non avvenire, perché compito di un romanzo è raccontare la vita, cogliere il soffio della vita nello scorrere del tempo (cosa che – sia detto per inciso – mi porta ad affrontare anche la Grande Storia collettiva, con tutti i suoi nodi e le sue svolte che cambiano inevitabilmente la vita di ogni singolo uomo e di ogni singola donna). In quanto all’addio che ogni libro comporta (sempre, prima o poi, arriva l’ultima frase, l’ultima parola), non sono io a deciderlo a tavolino. Sono sempre loro, sono i personaggi stessi, le ‘persone’ che ho raccontato, a suggerirmi quando posso lasciarli andare senza tradire la nostra comune storia.

3. Qual è un paesaggio con cui si identifica completamente?

Quello che vedevo dal balcone della mia casa d’infanzia, in Sicilia: monti solcati da trazzere deserte, i fianchi larghi dell’Etna e, in fondo, la promessa azzurra del mare che si snodava lungo l‘orizzonte.

Esther D. Photography, L'Etna avvolta dalle nuvole
Photo: (c) Esther D. Photography.

4. Lei si è a lungo occupata dell’Africa, questo grande cervello che molto ci ha pensato, senza che noi lo sapessimo appieno. L’Africa è anche la memoria delle nostre bassezze, dei nostri orrori, e non solo. In base alle sue esperienze le chiedo, in linea di massima, quale potrebbe essere oggi la filosofia africana capace di rinnovare il modo di pensare del mondo cosiddetto boreale. Inoltre, siamo ormai pronti ad accettare la memoria che l’Africa ha di noi?

Cutrufelli, Mama AfricaLa cronaca quotidiana ci dice che, ahimé, non siamo affatto pronti ad affrontare il peso delle nostre responsabilità, passate o presenti che siano. Della memoria dell’Africa non ci curiamo e in quanto alla nostra l’abbiamo cancellata (per rinfrescarla consiglierei di rileggere – magari, se possibile, con uno sguardo più consapevole che per il passato – il romanzo di Flaiano, ‘Tempo di uccidere’: lì dentro, oltre alle nostre colpe, ci sono anche le nostre paure). Ma sull’immaginario è un filosofo camerunense, Achille Mbembe, che ha detto parole per me molto convincenti. Il razzismo e il sessismo, dice Mbembe, impoveriscono la risorsa umana più preziosa: l’immaginario, per l’appunto. Il razzismo e il sessismo ci spogliano della nostra soggettività e ci chiudono dentro la gabbia del pregiudizio. Ed è così che diventiamo prigionieri delle fantasie e delle paure altrui.

5. Nella città proibita, una raccolta di racconti erotici da lei curata, uscita nel 1997 per Marco Tropea, sono raccolti contributi, tra le altre, di Dacia Maraini, Rossana Campo, Lidia Ravera e Valeria Viganò, ora membro della giuria del Premio Sereni. È cambiato l’erotismo in questo presente continuo che stiamo attraversando? Esiste ancora quel senso dell’attesa che sempre ha accompagnato l’erotismo?

Queste sono domande a cui potrei rispondere (più o meno adeguatamente) solo con una nuova antologia di racconti… Cos’è infatti l’erotismo, come possiamo definirlo? Troppe sono le sfumature, le metamorfosi individuali e collettive che entrano in gioco. Quello che mi sento di dire è che senza dubbio la percezione del corpo non resta immutata nel tempo, cambia con i cambiamenti sociali e culturali, e cambia forma anche dentro di noi, con il mutare del nostro tempo di vita. Come il corpo, anche il nostro personale immaginario erotico non resta sempre lo stesso, uguale dall‘inizio alla fine. Perciò come rispondere se non raccontando le infinite mutazioni del desiderio? Tuttavia l’attesa… Be‘, forse mi sbaglio, ma ho l’impressione che l’attesa continui a essere un ingrediente che accende ancora e sempre, in ogni età del mondo e della vita, le fantasie erotiche degli esseri umani.

Cutrufelli, Cuore affamato delle ragazze6. Visto che il suo romanzo Il cuore affamato delle ragazze è nella decina finalista del Premio Sereni, le chiedo se c’è un libro di Clara che le sta particolarmente a cuore o la cui lettura si sente di raccomandare.

Ho amato tutti i libri di Clara (e le mie non sono soltanto parole di rito), ma ce n’è uno che mi sembra sia rimasto un po’ in ombra. Ingiustamente, perché, a mio parere, occupa un posto importante nella produzione letteraria di Clara. Si tratta del Taccuino di un’ultimista, edito da Feltrinelli nel 1998. È una cronistoria fedele, a volte divertente e a volte commovente, della duplice passione di Clara per la scrittura e, insieme, per la politica (una duplicità, per così dire, che ci legava saldamente). È un libro che, mentre ci racconta la sua voglia di cambiare il mondo ‘per darsi un respiro’, ci racconta come questo suo respiro ‘salvifico’ andasse di pari passo con la scrittura.

7. Complice il dubbio, un altro suo romanzo, racconta una storia di desiderio. Due donne, un rapporto molto diverso tra quello che intercorre tra la protagonista de Il cuore affamato delle ragazze e la sua compagna Tessie. Se nel suo ultimo libro interviene il destino a sciogliere il senso di familiarità tra le due, nel primo caso, Anna, la protagonista, si trova portata sulla soglia del desiderio dalla morte di un uomo. In quel caso la scelta stilistica era molto precisa, affine a quella della “scuola dello sguardo” di Robbe-Grillet…

Non posso che dichiararmi d’accordo… E‘ con la scuola dello sguardo (studiata all’università) e con Robbe-Grillet che ho cominciato il mio cammino letterario. Ma poi, camminando, ho incontrato (e frequentato) molte altre scuole e molti altri maestri. Altre maestre, soprattutto (in particolare, Anna Banti e Fausta Cialente).

Cutrufelli, dubbio8. In questi ultimi decenni la conquista di alcuni diritti, una maggiore consapevolezza, una visibilità diversa hanno messo in dubbio la normativa etero, eppure omo- e transfobia appaiono ancora vive e vegete. Perché secondo lei?

Perché non mettono in discussione solo l’etero-normatività, ma l’intero sistema patriarcale, con le sue strutture di potere, le sue gerarchie consolidate, la sua pervasività, la violenza prevaricatrice del suo immaginario.

9. Ne Il cuore affamato delle ragazze c’è un personaggio emblematico, quello dell’avvocato Max Steuer, che riesce con la sua calma cavillosità a trasformare la passione della giuria del processo contro i padroni della Triangle in noia. Viene la tentazione di leggerlo anche come una parabola dell’attuale potere che riassorbe tante proteste, senza che nulla muti e avanzi. C’è poca passione politica oggi, un certo senso di inanità in molte persone. È possibile uscirne?

Si deve uscirne, se vogliamo restare vivi e pensanti. Ho molta fiducia nelle giovani e nei giovani in generale: progettare un futuro migliore è sempre stata una scommessa difficile, per tutte le generazioni, in tutti i tempi, ma oggi senza cambiamento il futuro può diventare un autentico incubo. E le giovani e i giovani lo avvertono chiaramente. O almeno lo spero (ma la speranza è già una forma di resistenza).

10. Se potesse essere intervistata da qualcuno che non è più qui, una persona famosa o meno, ma importante per lei, chi potrebbe essere?

Roberto Roversi, poeta e grande intellettuale bolognese, che mi fece capire l’importanza delle parole (e la responsabilità che abbiamo nell’usarle) quando ero un’adolescente inquieta e spersa. La sua famosa libreria antiquaria, Palmaverde, fu per molto tempo il mio rifugio e un luogo magico, dove ho avuto il privilegio d’incontrare molti grandi scrittori di quegli anni. Più che intervistarmi, vorrei che Roberto Roversi mi chiedesse, semplicemente, cosa ne ho fatto dei suoi insegnamenti e se e come, nella scrittura, ho tenuto fede al suo rigore.

Grazie, Maria Rosa.

Esther D. Photography, Lago di Pergusa ed Etna
Photo: (c) Esther D. Photography.