[di Fabrizio Grillenzoni]

 

«Perché diavolo non si era già tirato fuori da quel gioco infernale in cui l’Inghilterra si era immischiata, in qualità di mandataria della Società delle Nazioni, con l’unico risultato di ritrovarsi osteggiata da ogni parte? Non avrebbe potuto ormai da tempo stabilirsi in una colonia salubre, piena d’alberi, oppure nella sua casa del South Devon per giocare a polo, prendere moglie e mettere al mondo dei figli, come si conviene ad un uomo poco oltre la trentina secondo tutte le regole della saggezza? […] E invece eccolo là a Gerusalemme, una città senz’acqua, senz’alberi, senza pace, dove cinquantadue diverse sette e nazioni covavano una segreta acredine l’una per l’altra, prigioniero del fascino di quel pezzo di roccia nuda che, tra il deserto e il Mediterraneo, costituiva il ponte tra l’Asia e l’Africa, uno dei tre punti di equilibrio del mondo».

È il 1929, Lolard B. Irmin, capo del Servizio segreto dell’Inghilterra mandataria, agisce poco per prudenza, ma guarda intrigato la città, l’intrigo di persone, gruppi, religioni, faide interne ai gruppi, rancori, relazioni inestricabili, difficili da capire, se da capire ci fosse poi veramente qualcosa. Non è curioso, guarda, è incerto su quel che vede, cerca di interrogarsi, sa che le risposte difficilmente arriveranno.

Il groviglio che ha sotto gli occhi si incarna in Isaak de Vriendt, ebreo olandese, ortodosso, nemico del sionismo, poeta autore di quartine, militante di un gruppo di pochi, con il libro unica guida. E colpito da una maledizione, di cui, disperato, dà la colpa al suo Dio, quello che dovrebbe guidarlo in ogni suo atto. La maledizione è l’amore, l’amore per i bei giovani. Perché Dio ha voluto farlo così? Sia maledetto quel Dio che ama, che ha voluto condannarlo, che rende i suoi giorni un inferno.

Prenzlau (Uckermark), resti dell’antico cimitero ebraico. Foto: DanielAbbruzzese

Irmin passa ore insieme a de Vrient, discorre, guarda senza veramente vedere, si interroga senza aspettarsi risposte. Finché de Vrient viene ucciso e lui è costretto ad indagare, sapendo che anche in questo caso risposte non ci saranno, o se ci saranno rimarranno irrisolte.

Siamo nello splendido libro Il ritorno di Isaak de Vriendt di Arnold Zweig. Libro profetico, come il testimone Irmin. Zweig è un ebreo tedesco, comunista e antisionista. Nel 1933, all’ascesa di Hitler emigra in Palestina, e si impegna in una politica di coesistenza con la popolazione araba. Fino al 1948: al momento della creazione dello stato di Israele, torna in Germania, approdando nella RDT, dove rimane fino alla morte, non prima di essere insignito del Premio Lenin.

Sconcertante come nelle pagine di Zweig il groviglio di cui oggi vediamo l’esito catastrofico sia già tutto sotto gli occhi. Ebrei contro ebrei, con il sionismo sempre più forte, seppur ancora non sostenuto dall’occidente e rafforzato dalla catastrofe della Shoah. Arabi contro arabi, moderati e estremisti, e comunque incapaci di fare fronte comune davanti all’avanzata sionista. Un intrico come intrigati sono i vicoli di Gerusalemme, che perlopiù non portano in nessun luogo sicuro.

Il de Vriendt di Zweig è ritagliato sul poeta e uomo politico olandese Jacob Israel de Haan, assassinato a Gerusalemme nel 1924, di cui l’autore scrive: «La sua passionalità senza freni lo rendeva il candidato ideale per incarnare una figura di grande Antagonista per come la volevo creare. Sapevo che mi avrebbe trascinato nelle profondità dei problemi ebraici e umani, ma non immaginavo fino a che punto». In quelle profondità Zweig trascina noi, e ne rimaniamo smarriti, intimoriti.

È il momento della digressione, in omaggio a Daniel Mendelsohn e W.A.A. Van Otterloo, autore l’uno e protagonista l’altro di Tre Anelli, testo per l’appunto sulla teoria della digressione di cui ci si è occupati in altra Notte Attica. Leggendo la nota dell’autore di Zweig ci si imbatte in un altro personaggio caduto sotto il piombo dell’estremismo sionista nel 1933 a Tel Aviv, Haim Arlozoroff, «il giovane e brillantissimo dottor Haim Arlozoroff, uomo integro, interamente votato alle giuste esigenze dell’ebraismo presente e futuro», secondo le parole di Zweig. Giovinezza singolare quella di Arlozoroff: poco più che adolescente ha una vicenda passionale con Magda, sua coetanea, che continuerà a frequentare anche dopo il matrimonio di lei con un ricco capitalista in là con gli anni. Storia non particolarmente seducente, non fosse per il fatto che dopo il divorzio dall’industriale, la suddetta Magda convolerà a giuste nozze con un certo Joseph Goebbels, diventando di fatto la first lady del Reich, orrendamente famosa per aver soppresso i suoi sei figli nel bunker di Berlino, prima di suicidarsi a sua volta.

Casa di Arnold Zweig
La casa dove Arnold Zweig visse dal 1949 al 1968 a Berlino-Niederschönhausen. Foto: (c) DanielAbbruzzese

Passati i furori giovanili, Arlozoroff diventa direttore del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica, e avvia un a suo modo geniale ma assai problematico progetto, la Ha’avara (Vita), consistente nell’autorizzazione all’espatrio nella Palestina mandataria di alcune decine di migliaia di facoltosi ebrei tedeschi con circa il 40% dei loro beni depositati in un conto speciale, vincolato all’acquisto di merci tedesche, il ricavato della cui vendita in Eretz Israel e dintorni sarebbe spettato agli espulsi.

La Ha’avara fu criticata duramente dalla destra sionista, in particolare per un orientamento di collaborazione tra ebrei e arabi. E la conseguenza fu la soppressione di Arlozoroff sul lungomare di Tel Aviv, a soli 34 anni. Stessa sorte, stessa mano che colpirà sessantuno anni dopo Yitzhak Rabin. Qui l’anello si chiude.

La digressione vuole che si ritorni al filo del tema principale. E il tema di Zweig è il groviglio palestinese, irrisolto nel 1933, quando fu pubblicato Il ritorno di Isaak de Vriendt, e irrisolto oggi, con la differenza di uno strapotere di Israele e di un genocidio perpetrato. Si può immaginare, se si vuole, che Irmin abbia lasciato quella città polverosa e abbia giocato a polo e messo al mondo figli. Ma il suo occhio di testimone profetico ci dice molto sullo ieri e sull’oggi.

 

Arnold Zweig, Il ritorno di Isaak de Vriendt, traduzione di Eusebio Trabucchi, L’Orma, 2025