Like a bridge over troubled water
Un’intervista a Titti Marrone
[a cura di Gigi Corsini]
Arufabetto è felice come se avesse vinto ai dadi. Perché? Perché ha avuto un colloquio con Titti Marrone. Di solito si dice il nome, poi: non ha bisogno di presentazioni (è vero…). Quindi si aggiunge: scrittrice, giornalista. Questo è uno dei casi in cui Arufabetto sceglie di dire solamente: scrittrice. Perché per Titti Marrone non c’è contiguità o un prima o un dopo. Si tratta di scrittura. E siccome nel suo ultimo romanzo la scena del teatro è Napoli, una scena adatta a Marlowe e a Brecht, la tragedia ci può insegnare molto, tanto quanto la memoria di anni vitali e meravigliosi. E a proposito di dialoghi, Arufabetto consiglia di leggere tutti i libri di Titti Marrone, in particolare il suo Se solo il mio cuore fosse pietra, vincitore del Premio Letterario Nazionale Clara Sereni 2022, sezione Giuria Popolare. Tuttavia, ci tiene a dire che ama particolarmente La donna capovolta. Buona lettura.

“E in mezzo a quel silenzio, la sagoma del corpo della piccola, tracciata con il gesso dalla polizia scientifica”. La frase è tratta dal suo ultimo romanzo Primmammore.
Quella sagoma sul selciato è un perimetro che contiene le ombre di una città, la storia della bambina protagonista della spaventosa violenza e molto, molto altro. Attraversando le storie che il suo romanzo ospita si ha l’ impressione che la scrittura proceda in punta di piedi in mezzo a quel silenzio, delicata ma decisa, ineluttabile. Lei si è occupata di quel noto caso per il suo lavoro di giornalista. Quando e come è sorta la necessità di farla rivivere in un romanzo?
Ci sono storie portate fino a noi dalla cronaca che più di altre ti colpiscono, ti risuonano dentro e rimangono sotterraneamente nei tuoi pensieri. Credo che questo valga di sicuro anche se sei un lettore di giornali o comunque un fruitore di media, ma ancor di più se nella comunicazione ci lavori. A me, giornalista fin dal 1980, questo è accaduto più di una volta. Per la maggior parte degli anni in cui ho lavorato al Mattino di Napoli sono stata prima redattrice, poi per una quindicina di anni responsabile delle pagine culturali, per cui mi sono sempre occupata, come amavo dire, “delle cose belle” della mia città. Ma ero chiamata anche a commentare fatti di cronaca. Così mi è capitato di occuparmi in modo circostanziato del caso della piccola di Caivano prima oggetto della peggior imposizione di potere esercitata su corpo di creatura femmina – la pedofilia – poi scagliata dall’ottavo piano del palazzo del Parco Verde. Ecco, l’urgenza di scriverne è rimasta a covare in me fin dal giorno in cui, in una delle udienze del processo all’uomo poi riconosciuto colpevole, vennero presentati gli esiti delle perizie sul corpo della bimba. Ma quella orribile storia, cui allude il titolo nella sua prima tremenda accezione, pur essendo stata ricostruita con minuzia estrema e assoluta fedeltà ai fatti, non esaurisce il mio racconto. Intanto Primmammore non è ambientato a Caivano – qui mai nominato – ma in una delle tante possibili periferie, non necessariamente solo napoletane. Poi, la storia della bimba fa da spunto, da accelerazione, per un viaggio nella memoria della protagonista Costanza, la sua maestra, che mette a fuoco la sopravvivenza di attitudini alla sopraffazione maschile sui corpi delle donne anche nella propria esperienza, e perfino nei ricordi degli anni della sua ribellione giovanile, in cui era certa di poter costruire, con i suoi compagni, un mondo nuovo e rapporti egualitari.
È un libro in cui c’è molta memoria viva, pensiamo a tutte le scene di vita politica dal basso che si svolgono alla Mensa dei bambini proletari. Ci sono Erri de Luca, Luigi Comencini che una volta lava i piatti e poi Un pomeriggio arrivò in visita una signora con un cappotto mezzo consumato e un fazzoletto in testa che pareva una contadina bulgara. E invece era Elsa Morante, aveva appena pubblicato La Storia… qual è secondo lei la percezione che hanno i giovani di oggi di quegli anni così intensi?
Esperienze come quella della Mensa dei Bambini di Montesanto, cui parteciparono ragazzi che si chiamavano Erri De Luca e Marco Rossi-Doria o giovani donne come Fabrizia Ramondino, che già allora non scriveva solo volantini, sono straordinari esempi dell’altro “Primmammore”, quello benefico vissuto da Costanza da giovane. E sarà quello il filo di Arianna che le permetterà di procedere in mezzo a ricordi non sempre positivi del suo passato d’impegno sociale, ritrovandone la bellezza nei Maestri di Strada, nel Progetto Chance e nelle iniziative di FoQus, con cui chiuderà il cerchio. Alle soglie dei 70 anni Costanza troverà lì, nel calore dell’impegno a favore dei più fragili, la forza di intravedere un nuovo orizzonte di progetti e di lotte. Quegli anni sono riguardati oggi dai ragazzi più o meno come noi, a quindici, vent’anni, percepivamo la seconda guerra mondiale: un altro lontanissimo tempo, un diverso distantissimo mondo. Ciò non significa, però, che non siano loro proponibili quelle esperienze come elementi di riflessione ed esempi d’impegno da seguire: in giro c’è molto più associazionismo spontaneo di quanto si pensi, volontariato in difesa dell’ambiente e dei più inermi. A Napoli un intero quartiere una volta malfamato, la Sanità, è rinato grazie alle iniziative associazionistiche promosse da un prete, don Antonio Loffredo, e alimentate dai ragazzi di alcune cooperative. Tutti giovanissimi. Il loro spirito non è tanto diverso da quello dei ragazzi che negli anni Settanta preparavano 150 pasti al giorno per i bambini dei Quartieri poveri.
Napoli è lo sfondo di Primmammore, ed è, come è noto, anche una palestra in cui il mondo si esercita sui luoghi comuni, questione che fa ampiamente parte del suo destino millenario. Qual è un artista figurativo che aiuta a liberarsi dai luoghi comuni su Napoli?
Un artista che con i luoghi comuni su Napoli gioca, per sovvertirli, c’è, e spesso spiazza con le sue sculture: realizza infinite versioni di Pulcinella, di Vesuvi e di tutti i tòpoi della napoletanità, ma riesce a destrutturarne il senso, mettendoci di fronte i paradossi dell’oleografia che non rappresenta l’essenza identitaria della città. Si chiama Lello Esposito, è una delle voci del mio libro.
Un altro dei suoi libri “Meglio non sapere” è dedicato a Gustaw Herling-Grudziński. Potrebbe raccontarci brevemente chi era e soprattutto come era, questo intellettuale?
Gustaw Herling era uno scrittore polacco autore di un grandissimo romanzo in cui rievocava i due anni trascorsi in un gulag sovietico quando era un giovane ufficiale ventenne, coltissimo e appassionato di Benedetto Croce. Era finito nel gulag per essersi opposto al patto Ribbentrop-Molotov. Con lui, scomparso nel 2000 a Napoli dove ha vissuto fin dal 1955, ho avuto il privilegio di avere un rapporto intellettuale lungo e intenso. Tutto cominciò nel 1992, quando Feltrinelli pubblicò un breve estratto del suo sterminato Diario scritto di notte, pagine tra il saggio, il racconto, il commento alla contemporaneità che lo scrittore polacco vergava ogni giorno. Nessuno, però, lo leggeva, tranne, rischiando la galera, i suoi lettori clandestini nel suo Paese dove quei fogli venivano diffusi in samizdat, e in Italia non veniva pubblicato: Herling era inviso all’intellettualità allineata sulla posizione espressa da Sartre quando sconsigliò a Gallimard di pubblicare il suo romanzo sul gulag. “Anche se simili campi esistessero, non dovremmo parlarne per non togliere la speranza agli operai di Billancourt”, aveva sentenziato. Eppure, Un mondo a parte era ed è un capolavoro assoluto. Avevo avuto modo di leggerne una rara edizione laterziana della biblioteca di mio padre (pochissimo diffusa e pubblicata giusto a causa del matrimonio di Herling con Lidia Croce) e ne ero rimasta folgorata. Ma non sapevo che l’autore vivesse a Napoli! Così, quando in redazione mi arrivò Diario scritto di notte, lo appresi dal risvolto di copertina e mi recai da lui per un’intervista. “Come mai non ho mai letto il suo nome su un giornale, qui a Napoli? Come mai niente interviste?” E lui: “Nessuno me ne ha mai chieste, lei è la prima”. Da allora cominciò un insieme di nostre conversazioni sul postcomunismo e la letteratura europea, uscite a puntate sul Mattino e poi raccolte da Pironti in un volume, Controluce, di recente ripubblicato in una nuova edizione da Marotta e Cafiero. Intanto, a qualche anno dalla caduta del Muro, Herling veniva riammesso in Polonia e in tutta Europa i suoi libri venivano riscoperti. Così, pochi anni prima della morte ha vissuto una sorta di tardivo risarcimento postumo.

I bambini giocano un ruolo speciale nella sua opera. Lei che bambina era?
Una bambina molto fortunata: ho avuto due genitori meravigliosi, entrambi maestri elementari, che mi hanno messo la penna in mano, insegnato l’amore per la lettura e che mi hanno ispirato per i personaggi della madre e del padre di Costanza.
Ci racconti la sua scrivania, quella vera o quella immaginaria.
La mia vera scrivania è un “Caos calmo”. Ci abitano vari mucchietti di quaderni, libri e block notes: quello del libro che sto scrivendo, quello degli articoli per La Stampa, degli articoli per Il Mattino e delle tesi dei miei studenti. Così controllo tutto. Non ne vorrei un’altra.
Che sensazione le dette scrivere per la prima volta al computer?
Una vertigine. Di piacere. Ho sempre odiato il foglio “sporco”, con le X per cancellare le parole da cambiare, e quando mi veniva così, per i primissimi articoli, lo buttavo via perché volevo il foglio pulito. Quindi il computer mi rende felice e mi sembra che pure i pensieri vengano più “puliti”.
Una lingua straniera, anche una lingua antica, in cui ha sognato o le piacerebbe sognare.
Il greco. Ero bravissima, da studentessa, ho il rimpianto di aver dimenticato tutto.
Un libro dimenticato che bisogna assolutamente leggere questa estate.
Visto che ne abbiamo parlato… Un mondo a parte di Gustaw Herling. “Tosto” come lettura estiva, ma bellissimo.
Se potesse essere intervistata da qualcuno che non è più qui, una persona famosa o meno, ma importante per lei, chi potrebbe essere?
Da mio padre. Così gli racconterei tutte le belle cose che mi sono capitate da quando se n’è andato.
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