di Fabrizio Grillenzoni

«Che ciascun governo nomini un commissario; che a Bologna si riunisca una commissione composta da un commissario piemontese, uno milanese, uno veneziano, uno bolognese, uno genovese, uno romano, uno fiorentino, uno napoletano, uno siciliano. […] Il loro lavoro dovrà durare cinque anni. […] Dopo tre anni il grosso del lavoro sarà terminato. […] Alla fine del primo anno si stamperanno le prime nove lettere del dizionario; le nove seguenti saranno stampate il secondo anno; le rimanenti il terzo. […] Il dizionario apparterrà ai cinque governi che, per un generoso amore delle lettere, avranno anticipato le spese necessarie. […] Il quinto anno della commissione sarà interamente consacrato a fare una grammatica italiana.»

Marie-Henri Beyle, ovvero Stendhal, nel celebre ritratto di Olof Johan Södermark (pubblico dominio)

L’anno è il 1818. La penna è quella di Marie-Henri Beyle, solo un anno prima, nella sua residenza milanese, diventato Stendhal. L’idea? La proposta di una commissione incaricata di scrivere un dizionario della lingua italiana e una grammatica italiana. Lo scopo? Soppiantare l’odiata Accademia delle Crusca, e l’egemonia toscana e fiorentina, l’egemonia dei «pedanti», che spregia il possibile arricchimento della lingua italiana con gli apporti delle lingue praticate nelle diverse regioni della penisola.

Il testo è un pamphlet che porta il titolo Dei pericoli della lingua italiana. L’originale del testo è francese. L’amico carbonaro Giuseppe Vismara ne fa una traduzione italiana assai approssimativa, che Stendhal rivede e corregge. Il pamphlet viene poi inviato a nient’altri che Silvio Pellico, il quale lo loda entusiasta e sollecita un’immediata pubblicazione. Testimonianza dell’universo politico e culturale frequentato da Stendhal. È un testo che risente forse di una qualche improvvisazione e non privo di lievi incongruenze. Ma che singolarità il fatto che il “milanese” Stendhal si preoccupi di una proficua evoluzione di una lingua italiana mettendo da parte le pedanterie della consacrata lingua toscana e aprendosi ai contributi regionali.

Il dominio toscano è per Stendhal il retaggio del dominio economico fiorentino, mentre altre regioni d’Italia erano incapaci di competere con la forza economica della capitale toscana. Il risultato è la codificazione della Crusca. Codificazione per Stendhal catastrofica, giacché ne risulta una lingua ossificata, con gli occhi rivolti ai classici del passato. Il che fa sì che la lingua italiana del XIX secolo risuoni come quella del XIII secolo, con giri di frase affettati e infarcita di avvengaché e imperocché.

Stendhal fa parlare così un suo amico immaginario: «Non vi ho detto, mio giovane amico così estraneo ancora alle cose di questo mondo, non vi ho detto che noi non cerchiamo di parlare come si parla, ma di parlare come si parlò? Quindi i pedanti, che sanno come si parlò, sono i nostri supremi maestri. Noi abbiamo preso al rovescio la consuetudine di tutta l’Europa.» E ancora: «Noi siamo stati grandi troppo precocemente. Il dramma della nostra letteratura è che il valore dell’Italia energica e repubblicana era talmente maggiore nel XIII secolo di quanto non sia mai stato in seguito.»

 

Altra curiosità. Stendhal mostra un’ammirazione sconfinata, chissà in qualche modo singolare, per Vincenzo Monti, «Uno dei più grandi poeti che l’Europa possiede». Gli rimprovera però di non aver fatto abbastanza, ed esplicitamente, nella sua Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, in difesa di una lingua consacrata dall’uso, «questo eterno e sempre attivo despota delle lingue […] questa parola e questo despota non esistono in italiano

E non si tratta soltanto di vocabolario. Altrettanto importanti sono i giri di frase: «Tutti i giri di frase del veneziano, del milanese, del bolognese, che come un’edera antica hanno penetrato tutte le sinuosità del carattere nazionale, gli scrittori li portano senza esitazioni nel loro preteso toscano. Nella misura in cui se ne allontanano, essi scrivono in una lingua morta.»

 

Indubbiamente singolare, se si pensa che il nostro più grande scrittore del XIX secolo decise di “risciacquare” la sua prosa in Arno. E affascinante che il trentacinquenne Stendhal, milanese come volle dicesse la sua lapide a Montmartre, si preoccupi dei “pericoli” che la lingua e la letteratura del paese che amava correva rimanendo succube della lingua che si parlò.

Il “progetto” di Stendhal beninteso non andò in porto, ma che idea quella di mettere insieme studiosi provenienti dalle diverse regioni d’Italia per immaginare, e codificare, una lingua nazionale emancipata dalle strettoie e dalla pedanteria dell’egemonia toscana. Un tassello, già nel 1818, del processo di Unità? Certo in sintonia con gli amici carbonari.

In epoca di wikiwriting, di neologismi, di dipendenza dall’inglese, e per di più di strafalcioni (uno per tutti l’orrendo piuttosto), la nostra lingua corre ancora dei pericoli? Senza dubbio. Ma probabilmente inversi a quelli che vedeva il milanese Stendhal. Rimane il dilemma se guardare in avanti o all’indietro, e quanto in avanti e quanto all’indietro. Esistono ancora i pedanti? E quanto è consigliabile aprirsi, magari senza discernimento, agli apporti esterni, nell’era della globalizzazione? Fatto sta che più di un secolo fa Stendhal coglieva una nostra peculiarità che ancora ci interpella.

 

 

 

 

Stendhal, Dei pericoli della lingua italiana, La nave di Teseo, 2025, a cura di Marcello Simonetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Photos: (C) DanielAbbruzzese